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Silvia Sichel al Festival della letteratura di Mantova

Silvia Sichel al Festival della letteratura di Mantova

Una delle sue ultime traduzioni, fatta a quattro mani, è stata La regina scalza di Ildefonso Falcones, bestseller ambientato nella Spagna settecentesca, ma ha tradotto tanti altri romanzi, tra gli ultimi Parlare da soli di Andrés Neuman e La figlia di Clara Usón.

 

Specializzata in russo e spagnolo, per Silvia Sichel passare alcune ore al giorno in compagnia di un libro significa trovare un equilibrio tra due sistemi linguistici, mediare tra culture diverse. Le ho chiesto un’intervista per conoscere il mestiere di traduttore, poco noto ai più e al contempo così affascinante.

Come hai iniziato il mestiere di traduttore?

Sono entrata nel mondo editoriale grazie a un’amica e collega traduttrice, Roberta Bovaia, facendo attività di redazione. Poi sono arrivate le prime traduzioni.

Qual è il metodo di lavoro?parlare-da-soli Neuman

Di solito la casa editrice mi propone un libro e mi offre un po’ di tempo per verificare che il testo sia nelle mie corde e che la data di consegna risulti compatibile con i miei impegni. Lo leggo velocemente e mi faccio un’idea delle difficoltà che presenta. Verificata la fattibilità, inizio a tradurre. Quando ho terminato la prima stesura, passo a una seconda, per ottenere una resa italiana accettabile senza tradire l’originale. Trovo molto utile rileggere ad alta voce, assaporare la sonorità delle parole. La lingua è suono, ritmo. A questo punto, se mi sono rimasti dei dubbi, chiedo aiuto all’autore, se ne ho la possibilità. A volte anche solo per scrupolo, meglio una domanda in più che un errore. Una volta non trovavo il nome italiano di un fiore e, dopo molte consultazioni, ho deciso di sentire l’autore. Così ho scoperto che in ogni libro inventa il nome di un fiore, è una sua caratteristica distintiva. Il mio dubbio sulla traduzione si è rivelato una specifica intenzione dell’autore. Quando ho le risposte, passo alla terza stesura confrontando la mia traduzione con il testo originale ed eventualmente riallineo. Infine invio alla casa editrice, spiegando alcune delle scelte fatte. Possibilmente, rileggo sempre le bozze riviste dal redattore. Mi serve per verificare che il mio lavoro sia stato ben compreso e anche per migliorare: dalla redazione vengono sempre buoni suggerimenti. Il libro in fondo è un lavoro di squadra, il risultato di una collaborazione. Ha una filiera lunga, più complessa di quanto possa sembrare. 

Parlavi di difficoltà. Che genere di difficoltà?

Di vario tipo. Elencando alla rinfusa: dato che lavoro soprattutto con testi in lingua spagnola, la provenienza del libro può presentare problematiche diverse. Una cosa è tradurre un romanzo argentino, altra uno spagnolo, altra ancora un romanzo cubano. Inoltre bisogna tener conto del gergo, delle invenzioni originali dell’autore, dei giochi di parole, della scelta dei tempi, della cornice… Le difficoltà, ovviamente, variano da testo a testo.

Che cosa ti appassiona di più nel tuo lavoro?La regina scalza

Tante cose. Una traduzione è come un viaggio esplorativo, alla costante ricerca di soluzioni. Mi piacciono molto i testi che hanno un sapore letterario, con termini desueti, mi piace andare alla radice delle parole. Mi piacciono i romanzi storici, per la ricerca che impongono. E anche il ruolo di mediatore culturale che riveste il traduttore quando trasporta una cultura in un’altra, che è poi il senso profondo della parola tradurre. Non mi piace la solitudine del traduttore intesa come mancanza di confronto, ma amo stare a tu per tu con il testo scritto. 

Hai amato tutti i libri che hai tradotto? È più difficile tradurre un libro che non ti piace?

Non ti posso dire che mi siano piaciuti tutti i libri che ho tradotto. A volte non ho provato empatia. Traduco per mestiere, non solo per passione. Però, il meccanismo della traduzione mi coinvolge, nessun testo mi lascia indifferente o annoiata. Con alcuni romanzi, con i pensieri e lo stile del loro autore, con i personaggi, ci ho lottato, mi ci sono arrabbiata, ho sbuffato. E alla fine, nella stragrande maggioranza dei casi, tradurli è risultato gratificante. Capita di dover lavorare interrompendo il giudizio sul valore del testo che hai davanti. Lo scopo è renderlo al meglio per il lettore che amerà quel tipo di libro. Anche questo è un aspetto stimolante della mia professione.

La maggiore soddisfazione?

Veramente è quando rileggo la mia traduzione e mi sembra che sia venuta bene perché ci ritrovo lo spirito dell’originale, perché non inciampo nelle parole. Se la rileggessi qualche mese dopo non ne sarei già più soddisfatta. Poi certamente, anche i riconoscimenti esterni.

Ti è mai capitato di essere cambiata da un libro che hai tradotto?

Clara Uson - La figliaNo, però mi è capitato di fare molta fatica a uscire da un libro. Tra i più recenti che ho tradotto, mi ha assorbito La figlia di Clara Usón, che parla della Jugoslavia nel periodo della sua triste fine. L’autrice sa mettersi nei panni degli altri. Cogliere a fondo «l’umana natura». Mi è capitato anche con Le ragazze di Ventas di Dulce Chacón. E a suo tempo con L’ussaro di Arturo Pérez-Reverte, una disanima della guerra, per menzionarne solo alcuni. Le trame a sfondo storico mi toccano molto. La realtà è più potente dell’invenzione… negli splendori e nelle miserie. Citerei anche Il viaggiatore del secolo di Andrés Neuman perché avrei voluto essere un personaggio del romanzo. Racconta, tra le altre cose, di due traduttori, due persone moderne, libere, una storia con sottintesi amorosi, permeata di passione per la letteratura e la poesia. Lì ci stavo proprio bene! Ovviamente occorre un certo distacco professionale, ma non sarebbe umano non lasciarsi mai coinvolgere emotivamente.

Cosa invece ti sarebbe piaciuto o ti piacerebbe tradurre?

Sarebbe un elenco lungo. Ti confesso solo una piccola follia: quando vedo traduzioni italiane di romanzi spagnoli ambientati in Russia vorrei averli tradotti io, perché conosco molto bene la realtà di base. Mi piace mischiare le cose che conosco. Sarebbe interessante per me anche tradurre un libro dal russo, ne ho fatti alcuni, e anche alcune ritraduzioni di brevi classici, ma c’è meno mercato e in questo momento storico, pochi sono gli autori all’altezza della tradizione russa. Poi mi piace molto tradurre poesia, non rende economicamente ed è di nicchia, e quindi, per lo più, la traduco per mio piacere. Questa è la risposta appassionata. Poi ce n’è una ancor più sincera: i libri di qualche bravo scrittore di gialli che ne pubblica uno all’anno e vende bene… Sono divertenti, i personaggi diventano tuoi amici e sono una certezza anche economica.

Che cosa c’è nella cassetta degli attrezzi di un traduttore?

l_anima_del_mondoNella mia cassetta, ci sono tante letture e l’amore per la mia lingua, che mi accorgo di non conoscere mai abbastanza. Inoltre: conoscere la teoria della traduzione è necessario, ma non basta, c’è una sensibilità che viene dalla lettura e dall’esperienza, più si traduce più s’impara a tradurre. Non tralascerei la curiosità: un traduttore è in contatto con il mondo e i suoi cambiamenti. Le lingue con cui lavoro sono vive, risentono dei mezzi nuovi, testimoniano i rivolgimenti della storia recente. Quante nuove parole sono entrate nel russo dopo la caduta del muro… Direi anche saper scrivere: non è una banalità. Infine, do per scontata la passione per la lingua e la cultura di partenza, che sono la materia di studio e devono continuamente essere coltivate.

Che cosa consiglieresti a chi desidera intraprendere questa strada?

Per cominciare? Difficile dire. Soprattutto in un momento come questo, critico anche per l’editoria. Io vengo dalla generazione del passaparola, quando i corsi di traduzione all’università erano frutto della buona volontà di qualche docente. Adesso esistono molte scuole di traduzione che possono servire da ponte, ma ancora oggi essere contattati da una casa editrice presentando spontaneamente il curriculum è quasi una chimera. Questo vale sia per il traduttore alle prime armi sia per il traduttore con più esperienza. Consiglierei di non aspirare solo a tradurre. Io ho cominciato come correttore di bozze e ho lavorato a lungo come redattore/revisore che è un lavoro preziosissimo e ti insegna davvero tanto, anche in tema di traduzione. Sono tante le professioni dell’editoria, una non esclude l’altra, anzi, spesso si completano.

Grazie Silvia per l’intervista. So che a breve terrai un incontro sulla poesia di Andrés Neuman. Mi puoi dire qualcosa a riguardo?

Conoscevo bene Andrés Neuman prosatore, per aver tradotto tre dei suoi libri usciti da noi. Ho letto alcune sue poesie e mi sono piaciute. Gliene ho chiesta una da tradurre e da pubblicare sul mio blog, per poi eventualmente presentarla a una rivista specializzata. In seguito, parlando con il gruppo che organizza gli incontri Con-versi-amo di poesia alla biblioteca Guanda di Parma, è nata l’idea di presentare la sua opera poetica, che in Italia è inedita. All’autore l’idea è piaciuta molto, anche se non potrà essere presente.

http://lostraduttore.blogspot.it/2013/08/una-poesia-di-andres-neuman-un-poema-de.html


 

La poesia di Andrés Neuman: Commento critico e traduzioni di Silvia Sichel – Biblioteca Guanda, Sala Salsi, vicolo delle Asse 5. Mercoledì 30 aprile – ore 17,30

http://www.biblioteche.comune.parma.it/guanda/it-IT/Con-versi-amo-con-Silvia-Sichel-la-poesia-di-Andres-Neuman.aspx


 

Alcune opere tradotte di recente dallo spagnolo: La regina scalza, Ildefonso Falcones, Longanesi (con R. Bovaia); L’anima del mondo, Alejandro Palomas, Neri Pozza; L’uomo di Bruxelles, Mario Delgado Aparaín, Guanda; La figlia, Clara Usón, Sellerio; Parlare da soli, Andrés Neuman, Ponte alle Grazie; L’angelo perduto, Javier Sierra, Longanesi; La donna d’ombra, Luisgé Martín, Guanda; Un bravo ragazzo, Javier Gutiérrez, Neri Pozza; Il rumore delle cose che cadono, Juan Gabriel Vásquez, Ponte alle Grazie.

Alcune traduzioni dal russo: Miniature, Aleksandr Solženicyn, Passigli; Il diavolo, Lev Tolstoj, Passigli;La grande città, Nina Berberova, Guanda,Morfina, Michail Bulgakov, Passigli.

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